Ruolo e rilevanza politica del Servizio Sociale (Parte II)

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Ruolo e rilevanza politica del Servizio Sociale (Parte II)

La politicizzazione del ruolo dell’Assistente sociale: l’evoluzione e le criticità della nuova mission della professione. Verso una nuova prospettiva metodologica

Tutela dei diritti: a chi spetta?

Sul tema, Folgheraiter (2012, pp. 92-94) scrive che non c’è dubbio che le migliori pratiche del lavoro sociale siano quelle orientate alla difesa dei diritti umani e della giustizia sociale; tuttavia, continua l’autore, la primaria responsabilità di assicurare il rispetto generalizzato di questi principi non può fare capo agli operatori sociali: «Gli operatori sociali hanno a che fare in mille modi con tali principi, ma è dubbia l’affermazione che il focus del loro lavoro sia quello di instaurarli o di garantirli in via generale ed astratta. Tale compito è proprio dei sistemi politici e, nei Paesi a welfare maturo, della politica sociale».

Ammessa la validità di tale premessa va comunque precisato che, gli Assistenti sociali, grazie alla loro formazione e alle sensibilità sviluppate lavorando in contesti difficili e problematici, sono senz’altro dotati di sufficienti competenze per sorvegliare attentamente e responsabilmente sulle situazioni a rischio di discriminazione o già lese, promuovendo negli spazi e ai livelli accessibili al loro operato, iniziative volte a tutelare i diritti fondamentali.

Gli operatori sociali possono inoltre concorrere, a vario titolo, all’elaborazione e alla progettazione di politiche sociali ancorate ai principi di equità e giustizia sociale. Possono, con il loro agire e i loro adempimenti professionali, ripristinare nel micro i diritti lesi e consentire alle categorie sociali svantaggiate di acquisire maggiori capacità di conoscenza/accesso alle risorse e alle opportunità, teoricamente, a loro disposizione (Testa, 2017).

«L’Assistente sociale riconosce il ruolo politico e sociale della professione e lo esercita agendo con o per conto della persona e delle comunità, entro i limiti dei principi etici della professione»

Accesso alle risorse e non solo: dalla teoria alla pratica

Capita, infatti, con una certa frequenza che diritti, tutele o benefici siano astrattamente riconosciuti da norme e disposizioni, ma non effettivamente garantiti; accade anche, paradossalmente, che siano gli stessi attori dei sistemi di aiuto, per distrazione, insensibilità o impreparazione, a essere responsabili di inottemperanze e violazioni.

Ecco allora che gli operatori sociali nella loro globalità, specialmente gli Assistenti sociali che ricevono apposita formazione al riguardo, si facciano carico dei principi di equità e del rispetto dei diritti umani, sia nel senso di non contraddirli nell’esercizio del loro lavoro, anche evitando le c.d. pratiche oppressive, sia attivandosi prontamente per ripristinarli qualora fossero stati violati da altri soggetti, anche per effetto di procedure improprie o comunque lesive (c.d. attività di advocacy).

Al riguardo, il Codice Deontologico precisa, all’art. 7, che “L’assistente sociale riconosce il ruolo politico e sociale della professione e lo esercita agendo con o per conto della persona e delle comunità, entro i limiti dei principi etici della professione”. All’art. 12, invece, si afferma che “L’assistente sociale, nell’esercizio della professione, previene e contrasta tutte le forme di violenza e di discriminazione”.

Casi complicati e situazioni d’emergenza: come intervenire?

Premesso che le forme di violenza, prevaricazione, oppressione e discriminazione diffuse nell’attuale società sono davvero innumerevoli e possono presentarsi in una grande varietà di manifestazioni e linguaggi, per poterle fronteggiare è necessario un serio investimento da parte di tutti coloro che hanno responsabilità nell’ambito delle politiche pubbliche, ciascuno per la propria parte di competenza.  

Gli Assistenti sociali, impegnati quotidianamente negli interventi di aiuto a soggetti appartenenti alle fette più fragili e vulnerabili della popolazione, sono tra i primi a imbattersi nei casi di violenza, che possono presentarsi in forma palese o variamente camuffata.

Nelle situazioni e nelle fasi di emergenza, gli operatori sociali sono di norma portati a intervenire con rapidità e giudizio, seppure con valutazioni parziali, dovendo privilegiare le priorità del momento; negli altri casi, gli interventi scaturiscono da un’attività di osservazione e comprensione della realtà, cui possono seguire proposte e programmi, tesi a incidere sia a livello macro che nei contesti micro di vita quotidiana. 

I casi di violenza e sopraffazione inducono sdegno in coloro che se ne occupano e nell’opinione pubblica, ed esigono giustizia e soluzioni compensative.

La giusta identificazione del “sé”

Sarebbe, tuttavia, sbagliato e pericoloso immaginare gli Assistenti sociali come una sorta di supereroi, cioè quei personaggi che nel mondo dei fumetti e del cinema sarebbero dotati di poteri eccezionali, di cui si servono per salvare gli esseri umani in pericolo. Altrettanto azzardato sarebbe l’autopercezione di supereroe da parte degli operatori chiamati ad intervenire.

Il rischio di percepirsi un po’ supereroi o comunque di attribuirsi poteri particolari, va decisamente scongiurato, potendo comportare molte conseguenze negative: inappropriata consapevolezza di sé e del proprio ruolo; costante percezione di inefficacia e impotenza, con conseguente riduzione del senso di autostima; improprio senso di giustizia; inclinazione a forzare scelte e provvedimenti; rischio di sottovalutare e perdere di vista l’importanza del “fare concreto” nel momento del bisogno, scegliendo di rincorrere obiettivi distanti e talvolta inaccessibili.

Responsabilità politica e trasformativa 

Molto più ragionevolmente, l’articolo 12 del Codice Deontologico richiama gli Assistenti sociali, quali principali protagonisti dei Servizi sociali, a mantenere vigile lo sguardo sulle situazioni a rischio, imparando a riconoscere con rapidità quelle già compromesse da violazioni, abbandoni e discriminazione nel tentativo di ristabilire, laddove possibile, una condizione di maggiore tutela ed equilibrio.

Ciò detto, l’art. 12 sottende un carico di responsabilità per gli Assistenti sociali di maggiore peso. Richiama a un obbligo che ha anche natura etica, morale e culturale; esige cioè una responsabilità che abbia valenza trasformativa e politica. Si chiede di immaginare e promuovere, agendo anche in primis, ogni forma di iniziativa e investimento a breve, medio e lungo termine, per incidere sul mutamento culturale e sulle condizioni di vita delle persone, specialmente nei luoghi e nei contesti in cui la forza e la violenza attecchiscono più facilmente.


Se sei interessato a raccontare la tua esperienza o le tue riflessioni di assistente sociale siamo lieti di pubblicare un tuo articolo sul nostro blog. Per maggiori informazioni contatta la dott.ssa Serena Vitale (redazioneblog@progettofamiglia.org)
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